Licenziare dopo la cessione dello studio: cosa è lecito e cosa no
Persone e staff
14 settembre 2026 · 6 minuti di lettura
Il nuovo titolare può licenziare dopo il passaggio, ma non perché lo studio è passato di mano; quali motivi reggono, quali no, che cosa rischia chi vende e cosa scrivere nel contratto prima di firmare.
Sei mesi dopo la firma, chi ha comprato lo studio manda una lettera all'assistente più anziana. Motivo: riorganizzazione. Lei ha vent'anni di servizio, la cessione era stata presentata come «non cambia nulla», e adesso chiama te: «Poteva farlo?». La risposta è che dipende dal perché, e che il perché ha regole precise.
La regola di partenza
I contratti dei dipendenti passano per legge al nuovo titolare, con anzianità e condizioni. L'ho spiegato in che cosa succede ai dipendenti, e qui do per acquisito quel pezzo. La stessa norma del Codice civile che dispone il passaggio aggiunge una frase che pesa molto: il trasferimento, da solo, non è motivo di licenziamento.
Questo non significa che chi compra non possa mai licenziare. Significa che deve poterlo fare per una ragione che esisterebbe anche se lo studio non fosse mai stato venduto. Il licenziamento resta possibile, il trasferimento come pretesto no. Tutto il resto discende da qui.
Un dettaglio che sorprende chi compra: il dipendente trasferito non può essere rimesso in prova. L'ha già superata anni fa, con te.
I motivi che reggono e quelli che non reggono
Il licenziamento per ragioni economiche o organizzative, quello che i consulenti chiamano giustificato motivo oggettivo, richiede che il posto venga davvero soppresso o riorganizzato. Se chi compra chiude una poltrona su tre, oppure sposta la segreteria telefonica in una sede centrale e la scrivania in reception non esiste più, la ragione c'è. Deve però essere vera, documentabile, e non ci deve essere un'altra posizione libera in cui la persona poteva essere ricollocata. La prova di tutto questo spetta al datore di lavoro, non al dipendente.
Non regge, invece, il licenziamento che nei fatti dice «voglio persone mie». Sostituire l'assistente storica con una nuova assunta per lo stesso ruolo, a un mese di distanza, è il caso più facile da contestare che esista. Lo stesso vale per un calo di fatturato che è solo l'assestamento dei primi mesi.
Il licenziamento disciplinare segue le regole di sempre: una contestazione scritta, il diritto a rispondere, una sanzione proporzionata. Chi compra non può usare il cambio di titolare per azzerare il metro di giudizio. Una cosa che tu hai sempre tollerato non diventa una mancanza grave perché è cambiato il nome sulla porta, finché nessuno comunica per iscritto che la regola è cambiata.
Poi c'è la modifica silenziosa, che non è un licenziamento ma spesso lo prepara. Cambiare mansioni verso il basso, trasferire la persona in un'altra sede lontana, ridurre l'orario senza il suo consenso scritto. Qui la legge dà al dipendente un'arma specifica: se nei mesi successivi al trasferimento le condizioni di lavoro peggiorano in modo sostanziale, può dimettersi con effetto immediato e farsi pagare come se fosse stato licenziato. Chi pensa di «convincere» qualcuno ad andarsene rendendogli la vita difficile scopre che il conto arriva comunque.
Che cosa costa un licenziamento, anche quando è legittimo
Chi compra e ha davvero bisogno di ridurre l'organico deve mettere in conto che il licenziamento non è gratis nemmeno quando è in regola. C'è il preavviso, che nel contratto degli studi professionali cresce con l'anzianità, e che si paga se non si fa lavorare. C'è il TFR da liquidare subito, e ho spiegato in TFR, ferie e permessi maturati perché quel fondo non è in cassa. C'è un contributo all'INPS dovuto per ogni licenziamento che dà diritto all'indennità di disoccupazione. E ci sono le ferie non godute da pagare.
Se poi il licenziamento viene contestato e il giudice lo giudica illegittimo, il regime dipende dalla dimensione dello studio e dalla data di assunzione della persona. Negli studi sotto i quindici dipendenti la conseguenza è di solito un'indennità economica, non il rientro in servizio. Ma nei casi in cui il licenziamento è nullo, per esempio perché ritorsivo o discriminatorio, il rientro si applica a tutti, anche allo studio con due assistenti. Un licenziamento che nei fatti punisce la persona per non aver accettato condizioni peggiori rischia di finire in quella categoria. È un terreno su cui il consulente del lavoro va sentito prima di scrivere la lettera, non dopo.
Il rischio che resta a chi ha venduto
Chi vende tende a pensare che, uscito dallo studio, il problema del personale sia di qualcun altro. Non del tutto.
Il primo punto è il licenziamento fatto prima della cessione per consegnare lo studio «pulito». Se un dipendente viene licenziato alla vigilia della vendita e il collegamento con il trasferimento è evidente, può chiedere di essere riconosciuto come dipendente del nuovo titolare, come se il licenziamento non fosse mai avvenuto. Il risultato è che chi compra si trova una persona in più che non aveva messo in conto, e viene a cercare te. Se qualcuno ti suggerisce questa strada per rendere lo studio più appetibile, la risposta corretta è no.
Il secondo punto è la responsabilità solidale sui crediti maturati fino al giorno del passaggio. Straordinari mai pagati, un inquadramento sbagliato, un livello non riconosciuto: se un dipendente licenziato dopo la cessione fa causa e allarga la lite al pregresso, quella parte può tornare a te. Come si gestisce nel contratto l'ho descritto in garanzie e manleve.
Il terzo punto è la parola data. Se hai detto allo staff che nessuno rischiava il posto e sei mesi dopo qualcuno lo perde, la responsabilità non è legale ma pesa lo stesso: quella persona ti conosce, i pazienti ti conoscono. Prometti solo ciò che sta scritto nel contratto.
Cosa mettere nel contratto, da entrambe le parti
Un elenco nominativo dei dipendenti allegato all'atto, con inquadramento, anzianità e orario, così che nessuno possa dire dopo di non sapere. Un impegno di chi compra a mantenere organico e condizioni per un periodo definito, con una penale se non lo rispetta: è un patto fra voi due, non dà diritti ai dipendenti, ma costa a chi lo viola. Una manleva reciproca ben delimitata nel tempo. E, se chi compra sa già che una posizione andrà chiusa, che lo dica al tavolo: un'uscita concordata con l'interessato, firmata in sede protetta con un incentivo, costa meno di una causa e non lascia veleni nello studio.
Se stai valutando di acquistare uno studio con l'idea di ridurre il personale, fai il conto prima dell'offerta, non dopo. E se stai per cedere, chiedi a chi compra che cosa intende fare con ciascuna persona, e pretendi che la risposta finisca per iscritto. Su come inserire queste clausole nel resto del percorso, una telefonata di dieci minuti chiarisce più di sei mesi di pensieri.
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