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Plusvalenza nella cessione dello studio: come si calcola davvero

Fiscale e contrattuale

24 agosto 2026 · 5 minuti di lettura

La plusvalenza non è il prezzo: è il prezzo meno un costo fiscale che hai costruito negli anni senza accorgertene, e che cambia parecchio a seconda della forma dell'operazione.

Il prezzo lo decidi al tavolo, con la trattativa. La plusvalenza no: è già scritta in gran parte nei tuoi registri, e ci è finita anno dopo anno, ogni volta che il commercialista ha chiuso un bilancio o dedotto un ammortamento. Quando arriva il momento di cedere, quella storia contabile presenta il conto — e conviene saperlo leggere prima di firmare qualsiasi cosa.

La plusvalenza è una sottrazione

Il fisco non tassa quello che incassi. Tassa la differenza fra quello che incassi e quello che la cosa ceduta risulta esserti costata, sulle carte. In formula, per quanto una formula possa servire: prezzo, meno costo fiscalmente riconosciuto, meno gli oneri direttamente legati alla vendita. Il risultato è la plusvalenza, e le imposte si calcolano su quella.

Delle tre voci, una sola si negozia: il prezzo. Le altre due esistono già. E qui sta il punto che sfugge quasi a tutti: due operazioni con lo stesso identico prezzo possono generare plusvalenze molto diverse, perché il costo fiscale da sottrarre non è lo stesso. Non è solo questione di aliquota — di quella si occupa l'articolo sul netto che resta dopo la cessione. Prima dell'aliquota c'è la base su cui l'aliquota si applica, ed è quella che la forma dell'operazione sposta di più.

Il costo fiscale: un numero che hai costruito senza accorgertene

Se cedi le quote di una società, il costo fiscalmente riconosciuto è, in prima approssimazione, quanto ti è costato averle: il capitale versato alla costituzione, gli eventuali versamenti fatti negli anni, il prezzo pagato se le quote le avevi comprate da qualcuno. Chi ha costituito una S.r.l. con un capitale modesto ha un costo basso, e quindi una plusvalenza vicina all'intero prezzo. Chi negli anni ha capitalizzato la società ha un costo più alto, e una plusvalenza più contenuta. È un dato che esiste già, oggi, nei tuoi documenti: basta cercarlo.

Se cedi invece il ramo d'azienda — l'insieme di beni, contratti e rapporti che costituisce lo studio — il costo da sottrarre è il valore fiscale residuo di quello che stai trasferendo. Ed è qui che gli ammortamenti presentano il conto. Ogni quota di ammortamento dedotta negli anni ti ha fatto risparmiare imposte allora, ma ha abbassato il valore residuo del bene: il riunito pagato 40.000 euro e ammortizzato per intero ha oggi un costo fiscale di zero. Se nel prezzo di cessione quel riunito vale ancora 10.000 euro, quei 10.000 sono plusvalenza piena. Su quanto valgono davvero le attrezzature usate c'è un articolo dedicato; qui interessa l'altro lato della medaglia, quello fiscale.

Poi c'è la voce più grossa: l'avviamento. Se lo studio l'hai costruito tu, l'avviamento non l'hai mai comprato da nessuno — quindi il suo costo fiscale è zero, e tutto quello che l'acquirente ti riconosce per l'avviamento è plusvalenza al cento per cento. Considerando che nella maggior parte delle cessioni l'avviamento è la riga più pesante del prezzo, è facile capire perché nella cessione di ramo la plusvalenza tende ad avvicinarsi al prezzo intero.

Due studi, stesso prezzo, due plusvalenze

Prendi due studi ceduti entrambi a 500.000 euro.

Il primo è una S.r.l. Il titolare l'ha costituita versando 50.000 euro fra capitale e versamenti successivi. Cede le quote: plusvalenza 450.000.

Il secondo cede il ramo d'azienda. Le attrezzature hanno un valore fiscale residuo di 30.000 euro, tutto il resto — avviamento in testa — ha costo zero. Plusvalenza: 470.000. Numeri vicini, in questo esempio. Ma il primo tassa la sua con le regole delle partecipazioni, il secondo se la vede entrare nel reddito con altre regole: stessa sottrazione, due mondi diversi. E se il primo titolare avesse capitalizzato la società negli anni, o il secondo avesse attrezzature comprate da poco, le due basi si allontanerebbero parecchio.

La morale non è che una forma «vince» sempre: è che il confronto va fatto sui tuoi numeri, non in astratto. Le forme possibili, con i loro pro e contro, sono descritte una per una qui, e la differenza di fondo fra quote e ramo è spiegata in un pezzo dedicato.

Nel ramo d'azienda la plusvalenza è una sola

Un dettaglio tecnico che vale la pena conoscere: quando si cede l'azienda o un suo ramo, la plusvalenza si calcola in modo unitario — prezzo complessivo meno valore fiscale complessivo — non bene per bene. Per te che vendi, quindi, come il prezzo viene ripartito fra attrezzature, arredi e avviamento cambia poco. Per chi compra invece cambia molto, perché da quella ripartizione dipendono i suoi ammortamenti futuri. È il motivo per cui in trattativa l'allocazione del prezzo la discute soprattutto l'altra parte: sapere che per te è quasi neutra ti evita di combattere battaglie che non ti riguardano, e ti fa concentrare su quelle che ti riguardano davvero.

I meccanismi che alleggeriscono, se li chiedi

La legge prevede, a certe condizioni, strumenti che attenuano l'impatto di una plusvalenza concentrata in un anno solo: la possibilità di ripartirla su più esercizi quando l'azienda è posseduta da un certo numero di anni, e regimi di tassazione separata per chi cede un'attività individuale detenuta da tempo. Hanno requisiti precisi — soprattutto di anzianità di possesso — e non scattano da soli: vanno verificati e scelti, di solito nella dichiarazione. Non è materia da decidere leggendo un articolo: è la seconda domanda da fare al commercialista, subito dopo avergli chiesto il tuo costo fiscale.

Il foglio da preparare prima della telefonata

Puoi arrivare da lui con il lavoro mezzo fatto. Servono tre cose: il registro dei beni ammortizzabili aggiornato, con il valore residuo totale; l'atto costitutivo e i versamenti fatti in società negli anni, se una società c'è; e la cifra che hai in testa come prezzo. Con questi tre numeri la plusvalenza si stima su un foglio, in entrambi gli scenari, prima ancora di parlare di aliquote.

E se il prezzo che hai in testa è ancora una sensazione più che un numero, conviene partire da lì: costruire un valore di riferimento viene prima di calcolare le imposte su un valore che non c'è. Per il resto, una telefonata di dieci minuti con chi ha davanti le tue carte chiarisce più di sei mesi passati a fare conti a mente.

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La valutazione è gratuita e non ti impegna a vendere: serve a decidere con dei numeri davanti invece che a sensazione.

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